Nel post che abbiamo pubblicato su Facebook in vista dell’8 marzo, e che sponsorizzava la nostra campagna di “regali solidali” – in questo caso si tratta di donazioni a sostegno di alcune iniziative che promuovono i diritti delle donne e delle bambine nei Paesi in cui lavoriamo – ci è stata giustamente fatto osservare nei commenti che l’8 marzo non è una festa, ma una giornata di commemorazione e di lotta per i diritti delle donne di tutto il mondo; non un giorno di regali, ma un giorno di riflessione su quanto la parità delle opportunità e la libertà dalla violenza basata sul genere siano ancora lontane per la maggior parte delle donne e delle ragazze: i recenti dati[1] sull’aumento del gender gap nel mondo del lavoro a causa della crisi legata agli effetti della pandemia chiariscono bene quanto sia importante non solo riflettere ma anche agire.

 

“L’8 marzo non è una festa, ma una giornata di commemorazione e di lotta

per i diritti delle donne di tutto il mondo.”

 

Noi proviamo ad agire tutti i giorni con il nostro lavoro, in Italia e nei Paesi in cui operiamo: Tunisia, Libia, Mozambico, Yemen, Nepal, Cambogia e Repubblica Democratica del Congo. E vogliamo approfittare delle osservazioni ricevute nei commenti al nostro post per riflettere su quello che facciamo per migliorare l’accesso delle donne e delle ragazze ai diritti e, anche, per metterle in condizione di reclamare i loro diritti. Le bambine, le ragazze e le donne che sono coinvolte nei nostri interventi non sono le attiviste per i diritti spesso celebrate in occasione della Giornata internazionale delle donne: sono spesso, al contrario, invisibili. Sono le donne e le bambine le cui vite si riflettono in statistiche che di volta in volta mostrano il gap di genere nell’accesso all’educazione, alle tecnologie, a opportunità di lavoro dignitoso, all’informazione, alle risorse, ai diritti di base.

 

Cosa facciamo quindi? Uno degli obiettivi strategici di Helpcode è migliorare le condizioni di vita delle bambine e dei bambini contrastando le pratiche discriminatorie e gli stereotipi di genere. A questo fine, adottiamo l’approccio cosiddetto del “doppio binario”[2]: ovvero realizzando, da un lato, iniziative in cui l’uguaglianza di genere e l’empowerment delle donne e delle bambine è l’obiettivo principale e, dall’altro, garantendo che in tutti i nostri progetti questi temi assumano un carattere trasversale[3] – è il caso, ad esempio, di alcuni progetti di sviluppo agricolo attualmente in corso in Mozambico che si basano su un’analisi approfondita di come le relazioni e le dinamiche di potere basate sul genere influiscano sulla gestione del tempo che le donne dedicano al lavoro di cura e al lavoro produttivo e, di conseguenza, influiscono sulla loro disponibilità e capacità di partecipare attivamente all’interno delle associazioni di piccoli produttori agricoli. In questo caso dunque, per fare in modo che le donne “non rimangano indietro”,[4] mettiamo in atto una serie di azioni al fine di garantire la partecipazione attiva delle donne in tutte le attività – ad esempio, fornendo alle associazioni dei mulini, che permettono di “risparmiare” il tempo che le donne avrebbero occupato per macinare, a mano e con strumenti tradizionali, il mais che è alla base dell’alimentazione delle famiglie. Ma queste azioni pratiche sono accompagnate anche da un lavoro costante di riflessione partecipata con tutti i membri delle associazioni, donne e uomini, per promuovere un cambiamento non solo pratico, tecnico, ma anche sociale, in linea con l’approccio cosiddetto gender-transformative, nel quale il coinvolgimento degli uomini è fondamentale.

 

Contadine mozambicane lavorano in un campo
Contadine di Maringue (Mozambico)

 

Gli uomini devono comprendere le barriere che le donne affrontano per aumentare e migliorare la loro produttività agricola: i loro ruoli multipli e l’onere del tempo, l’insicurezza della proprietà terriera, il livello inferiore di istruzione e la mancanza di accesso alla conoscenza di nuove tecniche e tecnologie agricole.[5] Soprattutto, gli uomini devono essere incoraggiati a rispettare i molteplici ruoli delle donne, molti dei quali sono sottovalutati e non pagati.[6]

 

Il risultato di questo tipo di approccio va in genere ben al di là del progetto: aprire un dialogo su questi temi crea spazi di partecipazione, promuove la discussione su come norme sociali discriminatorie abbiano un impatto anche sulla capacità delle donne di partecipare attivamente alle attività produttive e di fare scelte informate sulla loro vita, e su come queste barriere – se non superate – abbiano effetti negativi su tutti i membri della famiglia, incluse le bambine e i bambini.

 

Al contrario, vogliamo mostrare con il nostro lavoro quotidiano, sul campo, che i diritti delle donne e delle bambine sono diritti umani e, anche, che una maggiore uguaglianza di genere va a beneficio di tutti: riconoscere e promuovere i diritti delle donne non va a scapito di quelli degli uomini. Rimane moltissimo da fare, dovunque: e come sappiamo bene le conseguenze della pandemia sono state amplificate per le donne di tutto il mondo. In queste settimane in cui in Mozambico, dopo un anno intero di chiusura, finalmente riaprono le scuole, stiamo cercando di analizzare i trend di partecipazione scolastica, per capire se – come evidenzia UNICEF[7] – il rischio che molte bambine non siano tornate sui banchi si stia verificando. Nel frattempo, abbiamo avviato una campagna di sensibilizzazione insieme ai Consigli Scolastici, iniziato a riorganizzare le mense e a distribuire materiali scolastici per incentivare la partecipazione. Ma la povertà rurale, esacerbata dal COVID-19, può aver portato le famiglie a prendere decisioni deleterie per i diritti delle bambine: come, ad esempio, darle in sposa – spesso in cambio di cibo, o per ripagare un debito.

 

“Riconoscere e promuovere i diritti delle donne

non va a scapito di quelli degli uomini.”

 

Ecco, siamo consapevoli che l’8 marzo non è un giorno di festeggiamenti. Eppure un augurio noi ce lo abbiamo: è per tutte le bambine e le donne con cui lavoriamo, perché le loro voci vengano ascoltate – in famiglia, a scuola, nelle associazioni di produttori – e i loro bisogni accolti, e perché possano costruirsi spazi di azione, di libertà e di uguaglianza, dovunque nel mondo.

 

[1] https://www.istat.it/it/files//2021/02/Occupati-e-disoccupati_dicembre_2020.pdf

[2] Si vedano come riferimento le Linee Guida sull’Uguaglianza di Genere e l’Empowerment di Donne, Ragazze e Bambine (2020-204) dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo: https://www.aics.gov.it/wp-content/uploads/2020/12/LINEE_GUIDA__FINALE_041220.pdf

[3] Queste due tipologie di interventi rispondono rispettivamente al Gender Marker 2 e 1 dell’OCSE DAC: https://www.oecd.org/dac/gender-development/Sida_toolbox_gender_equality_policy_marker.pdf

[4] Come stabilito dall’Agenda 2030: https://unsdg.un.org/2030-agenda/universal-values/leave-no-one-behind

[5] Barriere conseguenza di discriminazioni sociali e, in alcuni contesti, anche normative.

[6] https://ec.europa.eu/international-partnerships/system/files/gender-transformative-approaches-in-a-rural-world-brief-20190412_en.pdf

[7] https://www.unicef.org/mozambique/media/2531/file/The%20Impacts%20of%20COVID-19%20on%20Children%20in%20Mozambique%20.pdf

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