Tra i nostri operatori impegnati nei centri di detenzione in Libia ci sono quattro protection officer. Tre uomini e una donna di origine libica (Eder, Elabed, Lidiya e Jehad) che tre volte a settimana visitano i migranti e i rifugiati detenuti in alcuni centri governativi, gestiti dal Dipartimento per la lotta all’immigrazione clandestina (Dcim) del governo di Concordia Nazionale della Tripolitania, per avviare la registrazione della loro presenza. Il progetto, finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, ha tra i suoi scopi quello di individuare i soggetti più vulnerabili e attivare meccanismi d’intervento da parte delle organizzazioni internazionali competenti (in primis IOM e UNHCR).

 

Distribuzione di kit igienici per donne in un centro

 

La Tripolitania è una delle poche aree accessibili in una Libia frammentata in una miriade di centri di potere. Tripoli è infatti la capitale di un Paese altamente instabile. Solo a fine dicembre del 2018 sembrava una zona di guerra, con il costante rumore degli elicotteri che sorvolavano i suoi cieli.
A causa di questa situazione di incertezza, la Libia è diventata uno dei principali crocevia delle rotte migratorie verso le coste europee. Il Paese non ha però una normativa chiara sui migranti e molti si trovano così rinchiusi in uno dei centri di detenzione sparsi per il territorio.

 

Abbiamo intrapreso attività di prima emergenza, come la distribuzione di beni di prima necessità, e attualmente stiamo procedendo con il rinnovamento dei bagni e il miglioramento del sistema di aerazione e dell’impianto idrico di una struttura che ospita oltre 600 persone. Qui, ben il 65% dei migranti detenuti sono donne, il 10% sono i bambini: a loro distribuiremo beni di prima necessità quali asciugamani, scarpe, coperte e kit igienici.

 

i lavori a un centro di detenzioni in LibiaI lavori di rifacimento dei bagni nel centro di Al Joudeida.

Il rifacimento dei bagni in un centro di detenzione in libiaBagni in riparazione nel centro di Al Joudeida in riparazione.

 

Inoltre, da febbraio 2019 stiamo portando avanti altre azioni per migliorare le condizioni di vita dei migranti nei centri di detenzione. Tra queste, la protezione interessa più direttamente i soggetti che da sempre sono al centro della nostra missione: i bambini. Sono infatti in molti a essere partiti dai loro Paesi di origine perché vittime di torture, guerre o persecuzioni, spesso senza genitori. Sono in una situazione fisica e psicologica molto fragile: dopo aver dovuto già affrontare la fuga dalla loro casa per seri motivi di carattere umanitario, ora si trovano a vivere episodi di ulteriore tensione e deprivazione nei centri. Proprio per questo, agli individui più vulnerabili è rivolta la nostra attività di protezione.

 

Con i nostri operatori siamo attualmente in tre centri (Tajoura, Triq al Sikka e Al Joudeida) per svolgere attività di protection monitoring e registrare i soggetti più vulnerabili: minori non accompagnati, vittime di violenza sessuale o di genere, vittime di torture. Dentro un quadro più ampio di cooperazione tra tutti gli attori che operano dentro i centri, riferiamo poi questi casi a partner che, secondo le linee guida dell’Inter-Agency Standing Committee (IASC), hanno competenze in queste tematiche specifiche. Sono già oltre 50 le persone raggiunte negli ultimi due mesi (16 maschi e 35 femmine, di cui 28 minori) in particolare dall’Eritrea, Etiopia, Nigeria e Costa d’Avorio.
Attraverso un’attività capillare, Helpcode ha stabilito contatti con le varie agenzie delle Nazioni Unite e ad altri attori internazionali facendo referral di tipo medico per le vittime di traumi e torture e minori non accompagnati.

 

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