Bernadette, 12 anni, tante paure, troppi fantasmi che non la lasciano dormire. Ci ha raccontato che ci sono dei soldati che la rincorrono ogni notte. Sono i soldati che hanno abusato di lei all’età di 9 anni e mezzo, che sono entrati di notte nella sua casa, uccidendo la mamma davanti ai suoi occhi e rubandole anima e cuore.

 

I ricordi mi stritolano lo stomaco, non mi fanno respirare, mi fanno sudare, mi paralizzano”. Bernadette, dopo quell’atroce notte nel villaggio di Shabunda, si è risvegliata all’ospedale di Panzi, nella città di Bukavu. Con lei c’era solo il papà.  Panzi è l’ospedale fondato dal medico premio Nobel Denis Mukwege, proprie per curare le donne vittime di violenze. Qui i medici e lo staff si sono presi cura di Bernadette per sei mesi, cercando di curare le ferite fisiche e di alleviare quelle invisibili, i traumi che ancora oggi faticano a scomparire.

 

Dopo mesi di convalescenza al Panzi Hospital, Bernadette torna a casa, ma i fantasmi continuano a tormentarla. Crisi e attacchi di panico la perseguitano. Così, suo papà decide di riportala a Panzi, ma per le terapie servono soldi che Bernadette e suo papà non hanno. Su consiglio di amici, decidono allora di rivolgersi al centro di Ek’Abana.

 

Bernadette è arrivata al Foyer un anno e mezzo fa, spaventata. I primi giorni sono stati molto difficili: piangeva spesso e faceva fatica ad integrarsi. Grazie agli educatori del nostro centro, che cercano di farla partecipare alle attività educative e ricreative poco per volta, senza forzarla, Bernadette si integra con gli altri bambini di Ek’Abana, riprende la scuola e mostra una gran voglia di imparare.

 

“Voglio tornare al mio villaggio, per rivedere i miei fratelli e la mia famiglia, ma la paura mi blocca”. Questo ha raccontato Bernadette. Insieme a una psicologa, ora lavora sui suoi timori e su come affrontarli. Si parte da quelli meno spaventosi cercando un modo per affrontarli, per arrivare ai fantasmi che le annebbiano la mente e scacciarli definitivamente.

 

“Qual è la gioia più grande che potresti provare ora?”
“Abbracciare i miei fratelli e continuare la scuola” risponde Bernadette.

 

Per Bernadette, la strada verso la felicità è ancora lunga, ma i suoi sorrisi ora sono più frequenti e siamo sicuri che la voglia di riabbracciare i suoi cari prevarrà su quell’orrore che fa così male e le toglie il respiro.

 

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