Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il rischio di un’epidemia globale di COVID-19 è, a oggi, molto elevato. Per quanto in Mozambico non si siano ancora registrati casi di contagio, il Governo mozambicano, sulla base delle indicazioni internazionali, sta attivando le misure necessarie per fare fronte a un’eventuale epidemia – quali il controllo della temperatura dei passeggeri in ingresso negli aeroporti del Paese, la formazione di “equipe di risposta rapida” e l’allestimento di centri di isolamento e cura in tutte le Province, la formazione di tecnici di laboratorio per la lettura rapida dei test.

 

In questa fase, un ruolo cruciale è giocato dall’informazione e dalla sensibilizzazione della popolazione sul COVID-19, i rischi che comporta, e le misure di contenimento che tutti possono adottare. Attraverso i canali di comunicazone principali (cellulari e radio)  vengono diffusi semplici messaggi informativi e di prevenzione, cercando di raggiungere tutta la popolazione traducendo le informazioni in tutte le lingue locali e, allo stesso tempo, cercando di evitare ondate di panico: il COVID-19 fa paura, perché è sconosciuto, perché da settimane circolano attraverso le reti sociali messaggi allarmistici e spesso errati, ma soprattutto perché un’epidemia di questo genere nel Paese porterebbe al collasso un sistema sanitario già estremamente fragile e sottofinanziato.

 

In Mozambico, il 48% della popolazione vive sotto la soglia di povertà e l’80% dei poveri vive nelle zone rurali, che sono quelle con minore accesso ai servizi di base, inclusi quelli sanitari. È il terzo Paese al mondo per numero di casi di malaria, il tasso di prevalenza dell’HIV è del 12,6% (ma solo il 54% delle persone diagnosticate riceve i trattamenti antiretrovirali), la percentuale di bambini minori di 5 anni che soffrono di arresto della crescita supera il 40%, è frequentemente soggetto a focolai di colera – l’ultimo a seguito del ciclone Idai che un anno fa ha devastato la zona centrale: questi pochi dati fanno facilmente capire come la possibile diffusione del COVID-19 rischi di creare conseguenze devastanti per la popolazione.

 

 

La prevenzione è fondamentale e, per questo, abbiamo avviato nelle scuole in cui lavoriamo nella Provincia di Maputo una serie di laboratori per ripassare, giocando, le buone regole di igiene e convivenza: lavarsi bene le mani quando si arriva a scuola, prima di mangiare, ogni volta che si usano i servizi igienici e quando si torna a casa (anche con la cenere, nel caso non ci sia il sapone); coprire la bocca con la mano o con il gomito quando si starnutisce o si tossisce; mangiare sempre con le posate. È facile con i bambini ripassare queste regole, perché conoscono e vivono sin da piccoli i rischi di salute legati alla mancanza di igiene. Quello che è difficile è garantire le condizioni affinché i bambini, gli insegnanti e le famiglie possano avere accesso ad acqua pulita per lavarsi: sono pochissime, infatti, le scuole che hanno pozzi o cisterne per l’acqua.

 

 

Nelle scuole di Gimo Cossa (Marracuene), Lhanguene e Josina Machel (Moamba), dove abbiamo avviato in questi giorni le attività sulle buone regole di igiene, ci sono pozzi e cisterne che Helpcode ha costruito o riabilitato nel corso degli anni ma tante altre scuole sono carenti da questo punto di vista, tanto che la prima cosa che rispondono i bambini quando gli si chiede di immaginare la loro scuola ideale è: “con un pozzo!” (subito seguito da: “con l’altalena!). <strong>La carenza di acqua potabile è uno dei problemi cronici del Mozambico ma in questo periodo di allerta questo problema diventa, ancor di più, un’urgenza impellente per garantire la salute e il benessere dei bambini e delle loro famiglie.

 

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