Le strade di Bukavu, nella Repubblica Democratica del Congo, sono il crocevia della vita di oltre 1 milione di abitanti. A partire dalle prime luci dell’alba inizia l’andirivieni di moto, auto, bus, maiali, capre, trasportatori che sulla testa portano qualsiasi cosa, persone che a piedi cercano di farsi strada tra buche e polvere, se non piove, altrimenti tra pozze d’acqua e fango e, a quel punto, anche solo camminare diventa un’impresa.

 

 

Avete mai pensato al fango come elemento di riflessione spirituale? Certi giorni penso alla “mia vita di fango” poiché è una realtà che mi tocca – mi sporca – ogni volta che metto piede fuori dal centro Ek’abana. Il fango, un segno te lo lascia sempre!

 

Ho scoperto che ci sono tipi diversi di fango, quelli che ti risucchiano e quelli che ti fanno scivolare, dipende dalla composizione della terra o dalla quantità d’acqua; serve quindi attenzione e abilità per il “camminatore”. Mi ricorda i problemi della vita, poiché anche loro alle volte ti risucchiano e, altre volte, ti mettono in ginocchio. Se non trovi il coraggio di rialzarti per tempo rischi di restare imprigionato e per liberarti devi attendere la pioggia – le lacrime. Altre volte questo coraggio te lo offre la mano amica di un collaboratore e scopri che umiltà e fiducia sono fondamentali per uscire dal fango.

 

Allo stesso tempo, questo fango, qui in RD Congo è anche argilla e nelle giuste mani può diventare un mattone, un piatto o un vaso. Ogni cosa può tornare utile in qualche modo.

 

 

È proprio lungo le strade di Bukavu che faccio gli incontri più interessanti. Qui una parola non si nega a nessuno e tutti trovano il tempo per fare quattro chiacchere. In questo modo ho scoperto storie di vita fatte di sofferenza, di coraggio, di fatica, di pigrizia, di superstizione, di attesa, uniche nel loro genere.

 

Ci tenevo a raccontarvi un po’ della mia vita quotidiana fuori dal centro Ek’abana, nel quale come di consueto la vita continua nella sua lenta quotidianità. Qualche mese fa il centro si è quasi svuotato, in seguito al reinserimento in famiglia di circa quindici minori. Nel giro di qualche settimana però, il centro è tornato a pieno regime accogliendo un nutrito gruppo di ragazze emarginate dalla famiglia con l’accusa di stregoneria. Sfortunatamente il numero di ragazze vittime di queste pesanti accuse è tornato ad aumentare in modo preoccupante. Analizzando i dati si evince che il fenomeno è proporzionale all’insicurezza sociale e alle precarie condizioni economiche. Ad Ek’abana abbiamo iniziato un ciclo di attività – insieme ai caschi blu dell’ONU e la polizia di quartiere – di sensibilizzazione sulla giustizia popolare al fine di prevenire situazioni a rischio e riportare senso civico e fiducia nella collettività.

 

 

Ogni ragazza che accogliamo al centro ha la sua storia personale, ma quello che le accomuna è un profondo disagio famigliare, un abbandono, un’incuranza da parte delle figure parentali; sono ragazze e future donne che cercano di dare voce ai propri bisogni per non continuare ad essere vittime ingiustificate di un sistema sociale marginalizzante e insicuro.

Sono ancora molti i racconti e le storie di vita quotidiana che vorrei raccontarvi ma il tempo stringe e continuerò nella prossima puntata.

Scopri il cosa facciamo nella Repubblica Democratica del Congo.

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