Due mesi fa il ciclone Idai si è abbattuto sulle coste del Mozambico all’altezza di Beira, per poi penetrare all’interno del Paese fino a raggiungere Zimbabwe e Malawi. È stato uno dei cicloni tropicali più forti a colpire l’Africa e l’emisfero meridionale dalla fine del 1800. Ad oggi, le cifre ufficiali parlano di 602 persone decedute, ma il numero di vittime è sicuramente più elevato: molti corpi non sono ancora stati ritrovati e, in questa situazione, molte famiglie non possono muoversi per comunicare formalmente il decesso di un loro caro.
Inoltre, ci sono circa 1.850.000 persone che hanno bisogno di assistenza per mangiare, per avere acqua potabile e per riscostruire le case. I danni alle infrastrutture del Paese sono gravissimi; quasi il 90% della produzione agricola stagionale è andata persa (in prevalenza fagioli e mais, la base dell’alimentazione mozambicana); 2.700 aule scolastiche sono distrutte o danneggiate e 237.200 bambini hanno possibilità molto più limitate di studiare.

 

La risposta a questa emergenza si sta concentrando sul sostegno alimentare alla popolazione e sul ripristino dei pozzi per garantire l’accesso all’acqua potabile. Altri ambiti di intervento hanno ricevuto una minore attenzione dalla comunità internazionale. All’istruzione, ad esempio, è stato destinato solo l’1% dei fondi messi a disposizioni per la gestione dell’emergenza, che al momento sono circa 30 milioni di dollari, a fronte di una richiesta di 282 milioni da parte dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari. Questo significa che i bambini sono costretti ad assistere alle lezioni all’aperto perché le aule sono state distrutte o danneggiate; che i bambini non hanno bagni a disposizione perché inghiottiti dal terreno (e devono defecare a cielo aperto aumentando il rischio di colera e infezioni); che i bambini non possono andare a scuola con regolarità perché alcune aree sono ancora isolate.

 

Il tetto scoperchiato di una scuola del Mozambico dopo il passaggio del ciclone Idai
Il tetto di una scuola di Pungwe

 

Chi si trovasse a passare oggi per la Provincia di Sofala potrebbe non rendersi conto di quello che è accaduto. Dopo settimane di pioggia, vedrebbe un paesaggio verdissimo: gli alberi rigogliosi, l’erba cresciuta lungo le strade a coprire i danni alle abitazioni, centinaia di ninfee nelle zone in cui c’è ancora acqua stagnante. È come se la natura volesse nascondere quello che è successo.
Il passante vedrebbe anche uomini e donne impegnati a costruire le loro case con bambù, fango e fasci di erba secca a ricoprire il tetto: un’immagine comune in questa parte del mondo dove le case sono fatte con materiali tradizionali e vengono periodicamente ricostruite. Vedrebbe donne percorrere chilometri per raccogliere qualche litro d’acqua, un’altra cartolina tristemente nota del Paese.

 

La differenza, non visibile agli occhi di chi passa, è che oggi le case rimangono vuote perché i pochi beni che le persone possedevano sono andati distrutti sotto la tempesta; che i chilometri che le donne devono percorrere per raccogliere l’acqua sono molti di più del solito perché la maggior parte dei pozzi è contaminata o inutilizzabile; che il cibo che viene cucinato con quella poca acqua fangosa raccolta è molto meno del solito (le contadine con cui abbiamo parlato ci dicono che stanno mangiando a giorni alterni e che non hanno riserve per i prossimi mesi); che il rischio di contrarre il colera o virus intestinali è molto più elevato per il consumo di acqua non potabile. Ma la vita in questo Paese è già talmente piena di difficoltà quotidiane che il ciclone viene considerato un problema come un altro: c’è chi chiama “resilienza” questa capacità di superare un evento traumatico o di difficoltà, ma, per quello che abbiamo visto, si tratta forse tristemente solo di sopravvivenza.

 

Servizi igienici inabissati dopo il passaggio del ciclone Idai
I bagni delle scuole di Pungwe

 

La differenza è anche nel tipo di paura: c’è il forte timore che quello che è capitato si ripeta, come è accaduto solo due settimane fa nel nord del Mozambico con il ciclone Kenneth. Pur se molte persone nelle zone rurali danno spiegazioni legate alla mitologia (“un drago con sette teste, venuto dal Madagascar per incontrare la sua fidanzata, che con uno sbadiglio ha distrutto tutte le nostre cose”) o alla Bibbia (“è stata la fine del mondo”), è chiaro a tutti come questi disastri naturali possono diventare sempre più frequenti e causare conseguenze devastanti in un Paese complesso, con livelli elevati di povertà e insicurezza alimentare, sia a livello rurale sia urbano, e con sistemi sanitari ed educativi fragili.

 

Helpcode sta operando nella provincia di Sofala (in particolare nei distretti di Gorongosa, Maringue e Nhamatanda) con interventi di emergenza in ambito idrico e di ricostruzione delle scuole. Inoltre, sta portando avanti i progetti di sviluppo attivi da prima del ciclone, orientandoli alla ripresa delle attività produttive.

 

Si lavora a ritmi elevati per cercare di alleviare la sofferenza per condizioni di vita tragicamente peggiorate. Lo si fa però con grande ansia e preoccupazione per i prossimi mesi quando la crisi alimentare, oggi tenuta in parte sotto controllo grazie agli aiuti internazionali, si farà sentire duramente.

 

I bambini, le famiglie e le comunità del Mozambico hanno bisogno di te.

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