La situazione in Libia è allarmante. Una fitta rete di interessi e gruppi di pressione, spesso supportati da milizie armate, creano una profonda instabilità nel Paese e di conseguenza una scarsa continuità nel dialogo con gli attori internazionali. Le autorità libiche potrebbero cambiare da un momento all’altro e questo non è un fattore di poco conto quando in gioco ci sono rapporti diplomatici e accordi internazionali. Inoltre la mancanza di un’identità politica definita complica enormemente la gestione dei flussi migratori.

Questi sono solo alcuni dei temi emersi lunedì 12 febbraio in un dibattito organizzato nella nostra sede, nel quale abbiamo analizzato il complesso contesto geopolitico libico, le questioni legate al fenomeno migratorio e agli interventi umanitari in risposta all’emergenza socio-sanitaria.

Il dibattito, moderato da Pierfancesco Curzi, giornalista del Fatto Quotidiano, ha visto la partecipazione di Salem Abdulsalam al Gamodi, direttore della ONG libica STACO, Antonino Pellitteri, docente di storia dei Paesi Arabi e di Islamistica all’Università di Palermo, Daniele Biella giornalista di Vita ed esperto di migrazioni, Valeria Fabbroni, program manager a Helpcode e Antonio Maria Morone, docente di storia del Nord Africa dell’Università di Pavia.

 

 

Nel corso della discussione è emersa una difficoltà da parte di molti, nel leggere e interpretare il contesto storico e geo-politico della Libia. Tuttavia, alcuni attori internazionali hanno un’agenda molto chiara riguardo al ruolo che il Paese dovrebbe avere e di ciò che dovrebbe fare, ragionando in funzione di interessi economici, geopolitici e in base alla disponibilità delle risorse.

Pellitteri evidenzia come non possiamo prescindere da uno studio attento della storia e del contesto culturale: “fin dai tempi antichi (Roma, Bisanzio…) la Libia è stata territorio di passaggio. È una storia antica quella che riguarda questa regione e serve uscire da una visione post coloniale che offre un’immagine stereotipata della Libia. Siamo abituati a ragionare su di essa considerando tre regioni – Tripolitania, Fezzan e Cirenaica – ma non è una rappresentazione reale del territorio libico.”

La Libia è sempre stato un importante crocevia per i flussi migratori. Ma è necessario considerare che fino a pochi anni fa la maggior parte dei migranti che arrivava in Libia voleva restare e non venire in Europa. Il boom economico dei primi anni 2000 ha portato una forte crescita ed un buon livello di sviluppo: c’erano servizi, manodopera dall’estero e speranza di nuovi livelli di crescita. Tuttavia negli ultimi anni questo sistema è entrato in crisi: il sistema bancario è al collasso e si verificano crescita del mercato nero, inflazione, svalutazione, aumentano povertà e corruzione, e così anche gli stessi libici sono costretti a migrare verso l’estero.

Dal luglio 2017 il governo libico è intervenuto per regolare il flusso di migrazioni, ma con scarsa continuità e soprattutto con misure che non rispettano standard internazionali e diritti umani. Le condizioni igienico-sanitarie dei centri di detenzione e la prolungata permanenza negli stessi sono causa di grossi disagi e di precarietà delle condizioni psico-fisiche per centinaia di migliaia di persone.

Morone, durante la sua esperienza di ricerca negli ultimi anni ha visto con i propri occhi le condizioni dei centri di detenzione, testimonia le condizioni pessime in cui sono tenute queste persone – per la quasi totalità provenienti da regioni sub-sahariane -, e la difficoltà nel gestire queste strutture.

“Il campo non mette una pezza al problema in Libia. È parte del problema, non è la soluzione. Il concetto dei campi fanno parte del retaggio europeo e derivano da una storia tutta europea”, continua il professore.

 

 

In questo contesto si inserisce l’intervento di Helpcode, che opera, come racconta Valeria Fabbroni, in un’ottica di migrazione sostenibile, fronteggiando i flussi migratori con un approccio integrato. La priorità è quella di agire con interventi di prima emergenza nei centri di detenzione, finalizzati a dare accesso a strutture igienico-sanitarie adeguate e kit per la prevenzione delle malattie: “in condizioni igieniche precarie e dovendo usare gli stessi materassi e gli stessi vestiti, capita con frequenza che si verifichino malattie della pelle, come la scabbia ecc.” Oltre a questo, nel Sud del paese, nella regione del Fezzan, Helpcode opera nei centri di salute distribuendo medicinali e attrezzature mediche in 4 centri di salute (per un bacino di utenza di 50.000 persone), sostenendo la formazione di medici, paramedici e personale amministrativo.

In ogni caso, anche se riescono a lasciare i campi di detenzione, le persone dovranno poi intraprendere il lungo e pericoloso viaggio in mare. Come ha testimoniato Daniele Biella durante la sua esperienza a bordo della nave Acquarius, gestita dall’ONG Sos Méditerranée con l’aiuto di Medici senza Frontiere, le dinamiche in mare sono anche più complesse. “In 8 giorni di navigazione sono state salvate 371 persone, di età compresa tra una settimana e 65 anni, provenienti da 25 paesi diversi. Prima di tutto sei fortunato se vieni recuperato da qualche nave. Sei ancora più fortunato se non vieni rispedito ai centri di detenzione (soprattutto quelli illegali), e sei fortunatissimo riesci ad arrivare in Europa. Certo, poi c’è il discorso accoglienza, ma è un capitolo delicato e a parte…”

Biella sottolinea anche un aspetto rilevante, riportando le parole del Commissario europeo per le migrazioni: “la solidarietà tra Paesi europei non sta funzionando”. Se nel 2015 era stato dichiarato di avere un piano per l’allocazione di 260.000 persone in due anni, e due anni dopo le persone allocate sono 20.000, qualcosa in effetti non va.

Pensare ad un’accoglienza strutturale, e non di emergenza, potrebbe essere possibile, continua Biella. In Italia ad esempio il dato sarebbe tranquillamente assorbibile: si parla di 200.000 persone in accoglienza su un totale di 60 milioni di abitanti, ovvero lo 0,3% della popolazione.

Gli accordi Italia-Libia del 2017 di fatto riprendono la politica di “respingimento” per cui l’Italia nel 2012 era incorsa in una condanna internazionale da parte del tribunale internazionale dei diritti umani, respingendo in mare gli immigrati e facendo in modo che fossero riportati in Libia. Nel 2017 l’Italia non fa questo direttamente, ma chiede ai libici di farlo e offre risorse per effettuare i respingimenti.

La condivisione di un’informazione di qualità, grazie anche alle nuove tecnologie, era stata la chiave dell’entusiasmo generato dal fenomeno della primavera araba, che aveva come punti di forza la partecipazione, soprattutto dei giovani, ma che non ha avuto la continuità sperata a causa della mancanza di un progetto, di un élite politica, di un senso di coscienza civile per garantire processi di reale cambiamento.

E’ necessario comprendere a fondo cultura, contesto storico, geopolitico ed economico e pianificare interventi strutturati per lavorare insieme a paesi complessi come la Libia per evitare che realtà come i centri di detenzione diventino nell’immaginario comune parte della normalità.

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