Il discorso dell’elemosina è sentito dai cooperanti e dai volontari, esiste un’etica ben strutturata, evoluta da una serie di situazioni: la dominazione portoghese ha lasciato un forte senso di sottomissione dei locali, che si percepisce molto negli anziani. Poi c’è la percezione che il bianco sia ricco, e non è ben radicato il concetto di lavoro occidentale. Si considera quindi negativo fare l’elemosina, non li aiuta, mantiene vivo il senso di dipendenza e non aiuta in senso pratico, perché i soldi che i locali risparmiano se sopperisci a un loro bisogno, è facile venga speso in alcol, vera piaga sociale.

Se subito pensavo che la città snaturasse del tutto lo spirito africano, inizio a capire che è un errore. L’immagine dell’africano da cartolina, nel villaggio e basta, solletica la fantasia e le aspettative dell’occidentale naif in giro, ma non per questo si deve buttare via tutto ciò che c’è in città. La città è una naturale forma di aggregazione umana, e porta la comunità a cambiare e mutare la sua forma, fa parte di qualsiasi realtà storica e va accettata e osservata. La miseria e la sporcizia sono figlie di un’urbanizzazione troppo veloce, ma molte forme sono interessanti, e alle feste si colgono bene. Ci si siede per terra su comodi tappeti, è in pratica assente il vizio del fumo, si mangia da grosse pentole comuni. L’evoluzione della comunità in comunità cittadina non per forza uccide il cuore delle cose: in Italia si cucinano ancora molto bene piatti tradizionali, e molte abitudini degli italiani di una volta sono ancora abitudini nostre, anche se siamo naturalmente cresciuti diventando un paese industriale. Che possa essere così anche qui? Forse il pericolo è che il processo sia troppo veloce.

 

 

È parlando con il mio coinquilino, Daniele, che capisco molte cose del funzionamento della realtà urbana mozambicana. Lavora in città, in un progetto sul riciclo dei rifiuti, e coglie molto della realtà di qui. Esiste una pratica chiamata Stick, e mostra nella sostanza sia la povertà che circonda la gente della città, sia la mentalità degli africani. Lo Stick si organizza in un gruppo di tre, quattro, o più persone; ogni mese i partecipanti mettono in comune una quota del denaro appena guadagnato, e la somma viene consegnata ad un membro, che la spende per aggiustare la casa, o fare altri lavori o acquisti di cui ha bisogno. A turno ognuno riceve una quota di denaro. Ora, riflettendo un istante non se ne vede certo l’utilità: il tempo che una persona deve aspettare per avere la sua quota è la stessa che aspetterebbe per risparmiare da sola la stessa quota. Perché farlo?

La risposta lascia un serio amaro in bocca, permette di percepire la gravità di alcune situazioni, trasmette il senso di trauma di una società proiettata troppo in fretta in un modello culturale che non è il suo. È la prova che le rivoluzioni non possono esistere, ma che le cose vanno raggiunte per gradi. Se il singolo non fosse inserito in uno Stick, spenderebbe tutto il suo denaro in alcol il mese stesso. Non resisterebbe alla tentazione! Ha bisogno di pressione sociale, dell’aiuto di un gruppo che gli sottragga mese per mese una quota di denaro, e che controlli poi come la spende quando la riceve!

Io non riesco ancora a capire perché esistono queste situazioni, vedo solo un attrito forte in un processo evolutivo spinto a velocità eccessive, e faccio fatica ad abbandonare il mio modo di ragionare logico e razionale. Per me lo Stick è assurdo; è un modo contorto per ottenere lo stesso obiettivo che si otterrebbe con gli interessi sui risparmi in banca. Ma nello stesso tempo vedo nei bar situazioni al limite. Ubriachi lo sono in tanti, troppi. Anche quando non lo sembrano a prima vista, lo sono. Bevono la mattina presto, bevono le donne, bevono gli autisti degli Xapa, bevono roba di pessima qualità, che li uccide lentamente. Raramente sono cattivi da ubriachi, se sono dei ceffi da aver paura lo sono a prescindere dal loro grado alcolico; anzi spesso sono allegri e canterini. Ma troppo ubriachi.

 

 

Il lavoro è un’altra cosa meravigliosa da notare qui a Maputo. Se a Copenaghen uno si stupisce perché non si trovano cassiere, ma cabine elettroniche che controllano la merce, accettano denaro e ridanno indietro il resto, senza più il bisogno di salariare una persona, agli antipodi del mondo funziona al contrario. Qualsiasi lavoro è svolto da più persone del necessario. Il mio palazzo ha dalle quattro alle sei guardie, e non si capisce bene chi effettivamente svolga questo ruolo, e chi sia solo un amico che tiene compagnia, o semplicemente vive lì, nel portone, approfittando del calore emanato dai falò di cartoni delle uova. Alla cassa una ragazza fa il prezzo e gestisce i soldi, un’altra mette la spessa nelle borse di plastica. Dal banco della verdura del Libanese in Avenida Karl Marx, si raggiunge il livello massimo di assurdo: una ragazza prende la verdura che indico, un’altra la pesa, e una terza la imbusta. La quarta di solito parla con me.

Il basso salario contribuisce a generare quest’uso alto della manodopera; a questo si aggiunge una forte offerta della stessa. Inoltre in una cultura sicuramente non orientata all’ossessione per la praticità, non si trova affatto strano che in quattro svolgano lo stesso lavoro. Soprattutto perché se qui si può trovare un posto di rendita, lo si sfrutta per bene. È normalissimo, mi sembra di capire che questa sia una cultura molto parentale, piena di quelle caratteristiche che in misura simile esistono nei paesi mediterranei. Pochissima cura per il pubblico, poca concezione della cosa pubblica, ma forte attaccamento al clan, al proprio nucleo. Ci si aiuta a trovare lavoro, si lavora insieme, si difende il nucleo mantenendo la posizione.

 

 

Un’altra tradizione della società mozambicana è l’obolo. È una dote matrimoniale pagata per tradizione dall’uomo.

Ora: se un tempo l’obolo era soddisfatto in natura, con beni agricoli o simili, oggi le famiglie mozambicane preferiscono ricevere dal giovane che vuole maritarsi con la ragazza di casa direttamente del denaro. È più comodo. Ecco che la cosa diventa curiosa. La forza delle tradizioni è tale, che l’uomo non si sottrae a quest’obbligo, e molti uomini lavorano anni per estinguere il debito con la famiglia della ragazza, perché solo con l’estinzione del debito le nozze possono essere ufficializzate.

Questo crea un particolare limbo: le donne non vivono più in una società del tutto chiusa, pretendono di lasciare casa presto e guadagnare la propria libertà; ma così facendo giocano d’azzardo, perché se l’obolo viene pagato non ci sono problemi; ma se il rapporto tra i due finisse, senza che l’obolo sia del tutto estinto, la donna non può tornare a casa, viene automaticamente ripudiata, perché ha lasciato il focolare di casa, ha dormito con un uomo, ma non nel segno del matrimonio.

 

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