Quella di oggi era una giornata piena di aspettative, e alle quattro del pomeriggio, quando finalmente mangio pranzo in un ristorante a Moamba, e scrivo queste poche righe, le aspettative sono state del tutto rispettate.

All’alba sono sveglio, tempo di fare la doccia e c’è già luce; sale in fretta tanto quanto scende. Camminando noto una professione mai vista nel nostro mondo: il lustrascarpe. Fa freddo, ma bisogna dire che loro esagerano: faccio due passi e il maglione di cotone mi fa sudare, mentre i mozambicani hanno i guanti, e ai lati delle strade le donne si stringono infreddolite nelle loro belle capulane.

Presto si parte per Moamba. Da cosa posso capire Moamba è il nome del distretto amministrativo vicino alla città di Matola, diviso a sua volta in posti amministrativi e paesi. La scuola elementare si trova in uno di questi paesi, e la distanza, e soprattutto il senso di distanza e isolamento uno lo può solo immaginare. Si esce presto dalla città, e la strada dritta e polverosa rimane l’unico elemento che spezza l’orizzonte della grande sterpaglia giallo bruciato e verde, un panorama mozzafiato. Sporadicamente si vedono casette isolate, donne con carichi impressionanti in perfetto equilibrio sulla testa, addirittura interi fasci di legna. È bello vedere che più ci si allontana dalla città e  più le case sono di legno o paglia, e non solo di cemento e lamiere, come nei bairros di Maputo. Dopo una tappa in due centri ospedalieri, ci inoltriamo più in profondità nel nulla. La strada è rovinata e scomoda, sulla jeep del CCS oltre a me viaggiano Berta, l’autista, due medici e tre infermiere; non certo un viaggio comodo, ma molto divertente. I due medici parlano di politica e di donne.

 

 

Dopo mesi di attesa, finalmente faccio la mia entrata trionfale nella scuola elementare di Chavane, il centro codificato con MMH. Trionfale perché se a Maputo un bianco viene notato, in questo centro del nulla, in questo punto a caso in una landa sconfinata, che da ogni angolo osservato è uguale e un po’ inquietante, credo di essere il primo bianco in assoluto, perché a meno che Paolo non sia passato lì di recente, i bambini sono abbastanza piccoli da non averne mai visti. Sono bellissimi, sono allegri e rumorosi, sono innocenti e curiosi, ma soprattutto adorano farsi fotografare dal nuovo Mulungo (uomo bianco in lingua Changana), e nella stessa misura si imbarazzano quando si rivedono nello schermo della mia macchina.

Di almeno settanta bambini, non uno che non ridesse o che non mi corresse incontro per farsi fotografare, non uno. Hanno dei sorrisi aperti e belli, sono educati e molto dolci. Nella grande aula di mattoni con il tetto in lamiera, la luce entra adeguata, e i banchi sono di legno. I medici fanno cantare loro una canzone, e si parte coi vaccini.

 

 

Uno spettacolo tragi-comico. I bimbi si mettono in fila e si fanno pungere, intimoriti più o meno tutti, altri spaventati, alcuni terrorizzati. È necessario immobilizzarne almeno due per fare loro l’iniezione. Passo la mattinata a girare per la scuola, tre grosse aule in tutto, fino a quando mi fanno conoscere un’anziana del villaggio, la moglie del capo. Un’esperienza da viaggio: il villaggio è composto da case sparse, distanti tra loro anche chilometri, come non esistesse un motivo per aggregarsi. Una casa, un pezzo di terra da coltivare o per far pascolare capre o mucche (enormi), e nulla per un chilometro. Niente luce, niente acqua, niente di niente. La signora parla un misto tra portoghese e changana, e Berta traduce le mie domande in lingua locale, che ovviamente conosce. La signora è lenta, calma, palesemente in imbarazzo per la mia presenza, non mi guarda mai negli occhi.

La mattina seguente visito la scuola di Luzivele, codice AU. Mi piace più della prima. Forse perché è piccola e più accogliente, forse perché realizzo meglio quello che ho visto ieri. La scuola è composta di un edificio, un capannone diviso in due, e la terza classe studia in una capanna a fianco. Io non so che quella è un’aula, penso ci sia del personale e ci entro per presentarmi ai professori, trovando però una classe di una decina di bambini, che si alza e mi saluta: “Bom dia senhor professor!”. Tra i bambini c’è una biondina! Perché? Non è albina, è bionda e con gli occhi azzurri, un’europea finita lì chissà per quale storia. Quando lo racconto, si stupiscono, dicono che i portoghesi che s’impoverivano tornavano in Europa, come ha fatto una bimba bionda a finire a crescere in un villaggio mozambicano nella provincia di Moambe, dove lo spazio è condiviso con un paio di asini, delle galline e molte capre? Paolo dice che spesso da coppie miste nascono bambini o del tutto neri o del tutto bianchi. “Sarà stato qualche bianco che si è divertito!”, commenta Paolo con il forte accento veneziano. Il gioco con loro è semplice: dobbiamo far loro pitturare un lenzuolo, per ringraziare una fondazione italiana che li ha finanziati, e prepariamo la pittura.

 

I bambini nei centri sono particolari, sono molto timidi, quasi selvatici; mi viene il dubbio che non mi comprendano, ma fanno così con tutti. S’intimidiscono con gli adulti, nonostante i professori siano molto delicati con loro. Il momento più alto è raggiunto all’ora di pranzo, quando tutti si mettono in fila davanti alla casa del professore, ognuno con una bottiglia d’acqua. Le raccolgono in taniche più grandi, ogni bambino ha portato una bottiglia da casa la mattina, unico oggetto ma chissà per quanti chilometri, e la raccolta va poi bollita per rifornire tutta la scuola. La fila dei bambini è ordinata e diligente; solo dopo la raccolta d’acqua i bambini si mettono in fila di fronte una capanna, che odora di tizzoni da lontano. Dentro, una signora del villaggio, ovviamente silenziosissima, cucina in due vecchie pentole da campeggio: riso e fagioli, il pranzo quotidiano di quaranta bambini. Lo consumano seduti a terra, sotto un albero, e quando finiscono, il professore ci invita in casa sua per una razione avanzata.

 

 

Tutto è molto semplice e minimo, ed è banale da dire, lo so. Quello che s’immagina meno, forse è il pesante contrasto che c’è tra queste realtà così lontane dalla città, così minime e regolari nella loro esistenza, e la città. È palese cosa sta succedendo da ormai decenni: una società così diversa è stata spinta con forza a velocità eccessive, e non ne regge il peso; inoltre è stata davvero abbandonata di colpo dai portoghesi, cacciati dalla FRELIMO negli anni ‘70. Rifiuti, caos, sporcizia…non sono cose che si trovano fuori, dove le persone adattano le loro giornate al sole e non si preoccupano di niente. Vedere sulla Xapa le donne con la capulana che dormono stanche dalla giornata di viaggio per vendere due cianfrusaglie a Maputo è triste, quasi come la boria degli arricchiti che girano con il volume della macchina al massimo e ostentano i vestiti occidentali. Si è di fronte al più grande stupro di esseri umani di sempre, ma è troppo tardi per chiedersi se si poteva fare uscire una società dalla situazione di miseria mortale, senza scaraventarli nell’urbanità più cattiva, si possono solo guardare i bambini che giocano sui rifiuti ammassati, o i cavalcavia che diventano zone d’ombra per mercati di frutta e bevande, o divani semi-nuovi. La forbice tra ricchi e poveri è troppa, e crescerà, mentre il sistema non è pronto a ricevere i cambiamenti profondi che vogliono lentezza per essere metabolizzati. Sicuramente il futuro passerà da qui, gli investimenti sono molti, soprattutto nell’edilizia.

Sicuramente il discorso di fondo di Helpcode è condivisibile: partire dall’educazione infantile. Paolo ne è convinto, e così ha sempre detto Enrico. Mi trovo d’accordo. La società africana mi sembra davvero bella, il popolo mozambicano è sereno e umile, a volte troppo. Sembra spesso facilmente controllabile da un occidentale un po’ arrogante. Se ricevono educazione e rispetto stendono per te tappeti rossi; spesso mette quasi a disagio, a volte fa piacere, se il comportamento appare sincero. Una cosa però è certa: una grandissima fetta della popolazione è cresciuta in un grave stato d’ignoranza. Non si è pensato a formare cittadini, ma solamente città. E la città così fatta concede solo a terzi, non a loro. Sono sui gradini più bassi della lista dei Paesi per reddito pro capite, e si vede. Ci sono banche, ristoranti, supermercati e macchine di lusso, ma accessibile a meno di un centesimo della popolazione totale. È normale che una tale massa di poveri, se neppure sono stati forniti di mezzi per crescere, collassi in una spirale di miseria e disperazione, è normale l’alcol ed è normale la criminalità. Queste persone potranno essere aiutate, anzi assistite, ma non cambiate. Non si tratta di cambiare radicalmente distruggendo, si tratta di far evolvere nei singoli la consapevolezza di essere persone ben più meritevoli di puzza, miseria e malattie. I bambini sono così allegri e spensierati, che farli crescere con la consapevolezza di essere in piccola parte protetti da adulti che insegnano loro a lavarsi, curarsi, pensare e volere, può fare bene a un’intera nazione, che potrebbe smettere di vivere in quest’angosciosa povertà. Sicuramente io m’impegnerò a tenere a mente l’immagine dei bambini che tornavano a casa: quando sono partiti a piedi, noi dovevamo ancora mangiare; alla nostra partenza, dopo pranzo, li abbiamo trovati sulla strada verso casa, ancora distanti chilometri. Una bella difficoltà.

 

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