Dopo un lungo viaggio in aereo, che da Milano mi porta prima a Roma, poi ad Addis Abeba, all’ora di pranzo arrivo finalmente a Maputo, dove mi aspetta Daniele, un amico di vecchia data, ora in Africa per svolgere un anno di servizio civile. Con Daniele c’è un dipendente locale del Helpcode, Mausse, un Mozambicano enorme e sorridente, fiero del suo status sociale di uomo benestante; questa immagine non mi stupisce, ero stato preparato all’idea del Paese in via di sviluppo impregnato di valori estranei e che arrivano troppo in fretta.

Dal finestrino osservo per la prima volta lo spettacolo di una città africana; presto ci farò l’abitudine, ma adesso mi godo il colpo d’occhio. Maputo ha una precisa conformazione, dettata dalla sua storia recente. Le case basse e gli edifici di epoca portoghese, così come la pavimentazione delle strade, sono state prima abbandonate dai coloni, e subito occupate dai locali. Questo si nota molto, è un’immagine particolare: serie di casette eleganti sono ormai fatiscenti, e mostrano nei dettagli la loro nuova natura africana. Alcune non sono neppure utilizzate come case, ma solo come botteghe, per panettieri o sarti. Le strade sono rovinate, e sul cemento si addossa la sabbia rossastra, presente ovunque. Introno alla struttura portoghese si sviluppa una rete di palazzi altissimi, brutti e già fatiscenti. Queste le due strutture principali. Ma tra le zone delle case e dei palazzi, e pure intorno, si estendono i Bairros, i quartieri-labirinto che più di tutti esprimono il lato negativo della modernizzazione spinta e troppo veloce di questi posti, perché si ripresentano strutture tradizionali con mezzi ed elementi occidentali: dalla strada si vedono solo pareti di lamiere e le entrate dei labirinti, dentro non è bene entrare.

Una caratteristica fondamentale di Maputo sono gli odori. Non passano mai dieci secondi, non si percorrono cinque metri senza che si senta un odore nuovo. Sono odori forti, nel bene e nel male. Sono feci umane, piscio, sono spezie o i profumi che usano le donne. Pesce. Fritto. Bruciato. Di nuovo feci. Smog. Benzina. Sudore. Gli odori di Maputo sono davvero tanti. Appena ti svegli la mattina e apri la finestra, senti il primo odore forte, e alla fine della giornata non sai neppure più quanti ne hai sentiti. Non credo ci si abitui, vedo gli altri italiani residenti qui notare quasi quanto me questo aspetto.

Daniele abita nella “Fondação Salazar”, nel blocco undici. La fondação è un complesso di palazzine di tre piani, costruiti ai tempi della dittatura portoghese, tutti uguali e tutti ugualmente in via di decomposizione. Le vie interne al complesso sono composte di sola sabbia, e costantemente abitate da bambini che giocano. I bambini sono il vero spettacolo africano: sono allegri in modo contagioso, educatissimi come ogni mozambicano. Passi, e per loro sei una creatura di Marte, con la tua faccia bianca e gli occhi colorati. Ti guardano immobili, curiosi, e molto spesso ti sorridono, ma sempre ti salutano. Se li saluti a tua volta si fermano tranquillamente a parlare con te. La particolarità è che giocano con quello che hanno, ma non sono giocattoli normali, neppure se si è preparati a vederli in assenza di telefonini o anche solo bambole; il primo bambino che ho visto giocava con un tizzone ardente, il secondo con un pallone sgonfio. Poi una mattina si sono messi a rincorrere una scimmia, in un clima di caos e festa impareggiabile. Sempre nel quartiere di giorno si sviluppa lo stesso commercio che si sviluppa in tutta la città: a Maputo non ci sono moltissimi negozi veri e propri, ma la gente si organizza per vendere anche solo poche cose per strada, a terra, o dentro minuscole baracche di lamiera, un’altra fotografia classica della città. La Coca Cola e la VodaCom finanziano i più poveri aiutandoli ad arredare casa, che può voler dire semplicemente comprare una porta, e in cambio le pareti vengono tappezzate di pubblicità di queste aziende; dopo poco la frase “vicino alla casa rossa della Coca Cola” smette di funzionare come riferimento topografico. Neppure le case degli occidentali sono perfette: l’elettricità salta molto spesso, e l’acqua corrente esiste solo nelle prime ore del giorno, dopo viene razionalizzata. Per colmare il gap gli occidentali, o i ricchi, possono attivare una pompa elettrica che sopperisce alla mancanza d’acqua cittadina. Acqua che inoltre non è consigliabile bere: in ogni casa c’è una grossa giara di argilla che la filtra e la contagia con il gusto di terracotta.

Il primo giro per la città mi lascia stupito e affascinato: Maputo è un rettangolo, le curve non esistono, solo angoli retti; ci si orienta con le vie principali, che sono parallele all’oceano o alla baia, e portano nomi eloquenti: Karl Marx, Lenina, Resistençia, Guerra Popular. Tra un tombino aperto, un mucchio di rifiuti, una fila di macchine abbandonate e in balìa della polvere, la Avenida Karl Marx nasconde uno spettacolo quasi invisibile al primo passaggio: il mercato del popolo. È un mercato chiuso, delimitato da un perimetro di lamiere, al quale si accede da due lati, e l’accesso ti introduce ad un labirinto rumoroso e buio, spettacolare e vivo. Ai lati dei sentieri labirintici le donne vendono di tutto: polli vivi, carne non sempre fresca, vestiti artigianali, frutta, mais. I commercianti urlano e ti avvicinano, ti convincono che faranno un buon prezzo. Quasi per caso si apre una piazzetta interna a questo intestino, e pochi tavoli ospitano chi vuole mangiare nei “ristoranti” tipici; vale la pena assaggiare cosa consigliano. Sembrerebbe di tornare indietro nel tempo, in un vero mercato antico, coperto dalla luce e davvero ricco di vita; purtroppo se lo spirito è lo stesso dei secoli passati, non si può dire lo stesso delle strutture, che se ieri erano di legno e tela, ora sono solo di lamiera. Usciti dal mercato, sotto il sole caldissimo che per fortuna tramonta presto, si continua verso la Baixa, la parte bassa della città che da sul mare, pericolosissima di notte, raccoglitore dei più poveri della città. In questi momenti iniziali non mi sento ancora in Africa.

Non basta la popolazione scura di pelle e la miseria che mi circonda: sono eccitato e guardo tutto con fascino, e oggi questa sensazione potrà solo aumentare. La sera infatti ceniamo con Paolo, il coordinatore dell’ufficio di Helpcode di Maputo, situato a Matola, appena fuori città. Paolo ci passa a prendere con il suo grosso fuoristrada, e andiamo a mangiare in un ristorante gestito da locali ma frequentato da bianchi, dove mangiamo dell’ottima carne. Il cibo non mi mancherà. Dovrò solo abituarmi all’assenza di pasti secondari, di spuntini e sciocchezze varie, perché non si trovano merendine o forni notturni; ma i pasti principali sono squisiti, la carne è sempre saporita con spezie piccanti, con piru piru, e il pesce è ottimo. I contorni sono rappresentati da una specie di polenta di granoturco, la xima, oppure da riso bianco leggermente saporito. La cena con Paolo è molto piacevole, e mi trasmette fiducia circa il lavoro che dovrò svolgere con lui. È una persona molto simpatica, scherzosa e serena. Parliamo della società moderna e del ruolo della cooperazione nel mondo, ci racconta aneddoti africani e ci prova a spiegare le sfumature della cultura quotidiana dei mozambicani, soprattutto in ambito familiare e sessuale. Ma soprattutto ridiamo molte volte scherzando su tutto, prendiamo subito confidenza.

Il primo giorno a Maputo passa in fretta, e mi sembra ancora di essere in vacanza. So di esserlo perché crollo nel letto come un sasso, e se anche sono molto stanco, dormo perché sono sereno.

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