Lavoro minorile: ne hai sentito parlare ultimamente? Poco in realtà. Eppure è un fenomeno ancora molto diffuso ma, rispetto al passato, oggi non occupa le prime pagine dei giornali. In uno scenario globale nel quale migliaia di bambini siriani e yemeniti – solo per citarne alcuni – sono costretti a vivere nella paura di continui bombardamenti e, un numero ancora maggiore di minori annegano in mare fuggendo da povertà e disperazione, viene quasi da pensare che un bambino che lavora non rappresenti una priorità, un problema da affrontare con urgenza.

Il 12 giugno, Giornata Mondiale Contro il Lavoro Minorile, ci ricorda che nel mondo ci sono ancora 150 milioni di minori sfruttati come manodopera, dei quali 74 milioni in forme di lavoro pericolose per la loro salute.

Lo sfruttamento del lavoro minorile soffre di una sorta di macabra “sindrome da luci dei riflettori”, vale a dire che se non accadono fatti che lo mettono in luce, tragedie, episodi che urlano più di altri e prendono il sopravvento sulla massa indistinta di informazioni che ci soffocano; resta lì, nascosto, ed è proprio il caso di dirlo, sotto altra “spazzatura”.

A 70 anni dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, a 60 dalla Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo e a quasi 30 dalla Convenzione per i Diritti del Fanciullo, il mondo non ha ancora raggiunto l’obiettivo di garantire un’istruzione universale e proteggere tutti i minori da maltrattamenti, sfruttamento e violenza.

Tutti gli stati ratificano la Convenzione, ma spesso quest’ultima non viene applicata. Emergono in modo evidente alcune posizioni non abolizioniste. Alcuni stati, per attrarre investimenti dall’estero, abbassano il livello di legalità, soprattutto in Asia e America Latina per non parlare dell’Africa dove la situazione è fuori controllo.

Per comprendere e risolvere il problema è fondamentale individuare le forme di lavoro più pericolose e degradanti, per le quali è necessario trovare una soluzione immediata che porti alla loro abolizione. Dalle cave alle miniere, alla pericolosità di alcuni reagenti chimici nel settore tessile, allo sfruttamento nella prostituzione e nella criminalità. In questi contesti non possiamo sviluppare indifferenza, non possiamo permettercelo.

Anche in Italia dovrebbe esserci una forte determinazione nell’abolizione dello sfruttamento minorile, considerando che vi sono oltre 300.000 bambini sotto i 16 anni coinvolti in attività economiche. Verso fine anni ‘90 esisteva nel nostro Paese un “Tavolo di coordinamento contro il lavoro minorile”, riattivato nel primo decennio di questo secolo, ma poi via via privato di forza e di contenuti. Vi partecipavano istituzioni e società civile per la stesura di una Carta di Impegni per promuovere i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza ed eliminare lo sfruttamento del lavoro minorile. L’Italia ha avuto esperienze locali molto significative: Napoli, dove organizzazioni ed Enti locali collaboravano per arginare il fenomeno; la Toscana, dove esisteva un programma per il recupero dei minori impiegati nella filiera della lavorazione delle pelli.

La domanda oggi è: può l’Italia spingere le istituzioni internazionali verso l’abolizione delle forme peggiori di sfruttamento del lavoro minorile? Sicuramente potrebbe farlo, come già accaduto in passato, ma oggi il tema, non è più in agenda. Non perché il fenomeno non esista più, ma semplicemente perché è stato surclassato da altre questioni che vogliono essere messe in evidenza come urgenze, per precisa volontà politica. Non ultima la questione della gestione dei migranti.

 

È giusto che una bambina o un bambino debba abbandonare la scuola per essere sfruttato in un lavoro pericoloso e non regolamentato? Ovviamente no! Ma allora, che cosa possiamo fare nel concreto?

 

A ciascuno il suo:

 

ISTITUZIONI

Le Istituzioni nazionali dovrebbero lavorare per il monitoraggio della situazione a livello locale e farsi portavoce presso partner internazionali di un problema che andrebbe affrontato non solo per questioni di giustizia e per tutela dei diritti. Un bambino che lavora non può sviluppare appieno le proprie potenzialità e non potrà diventare un adulto promotore di cambiamento. Un bambino che lavora è un adulto perduto.

IMPRESE

Le aziende, soprattutto quelle che delocalizzano devono trovare il modo di monitorare la filiera produttiva. La lotta allo sfruttamento del lavoro minorile rappresenta indubbiamente una delle spinte più decise verso l’elaborazione di una responsabilità sociale d’impresa improntata sia sul rispetto dei diritti umani che sulla sostenibilità del business. Un primo passo verso quella visione di impresa che tiene conto di tutti gli attori che ruotano attorno ad essa: il monitoraggio sul rispetto dei diritti e la responsabilità dell’impresa su tutta la catena di produzione del valore.

SOCIETA’ CIVILE

Le organizzazioni che si occupano di diritti dei minori devono fare da catalizzatore perché il tema venga portato all’attenzione delle Istituzioni. Devono inoltre continuare il loro lavoro di contrasto al lavoro minorile, offrendo un’alternativa valida ai bambini e alle famiglie.

CITTADINI

Tutti noi possiamo e dobbiamo fare delle scelte quando acquistiamo un prodotto. Certo, esistesse un’etichetta ufficiale e attendibile che riporta “CHILD LABOUR FREE” sarebbe tutto più semplice. Significherebbe inoltre che istituzioni, imprese e società civile stanno lavorando insieme per un unico obiettivo: debellare ogni forma di sfruttamento del lavoro minorile.

Questo oggi non avviene ma il cittadino “sensibile” può essere proattivo, ossia assumere consapevolezza verso le proprie scelte di consumo. Scegliere di acquistare un prodotto o un altro non è solamente una questione economica, ma può diventare un preciso impegno etico. Raccogliere informazioni sulla provenienza dei prodotti che si acquistano e sulle condizioni dei lavoratori (minori e non) che li producono è il primo passo verso una presa di coscienza reale e verso una vera libertà di scelta.

 

Le nostre piccole scelte quotidiane… possono cambiare il mondo. Anche tu puoi cambiare il mondo!

 

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