Abbiamo intervistato Olivo Foglieni, vice presidente di Confindustria Bergamo e presidente del gruppo FECS. Il gruppo FECS rappresenta un esempio concreto di approccio resiliente e dimostra che trovare la strada vincente è possibile.

 

Qual è lo scenario nell’impresa bergamasca per quanto riguarda l’inserimento della sostenibilità nel proprio modello di business?

Come Confindustria Bergamo stiamo cercando di rilanciare che cosa significa l’attenzione ai temi sociali: una presa di coscienza per mettere in evidenza quanto impegnarsi su un bilancio sociale possa avere una ricaduta positiva anche per il business d’impresa. Significa più valore aggiunto nell’azienda e per chi lavora nell’azienda, ad esempio. Non credo si possa parlare si può parlare solo di profitto e di ricavo, ma va affrontato il tema della condivisione del risultato e dell’inclusione di aspetti relativi a un benessere partecipato a livello orizzontale. Un’azienda può colmare i bisogni del territorio dove opera.

Si tratta di condividere trasversalmente la produttività che è a beneficio di tutti perché cuore e anima completano il business per soddisfare i bisogni primordiali.

Bergamo è sempre stata una città attenta ai bisogni di chi è meno fortunato. Una città fatta di volontariato e di bilanci sociali legati alle attività sul territorio dedicate soprattutto alla formazione dei giovani. Credo sia fondamentale mantenere questa sensibilità e “tradizione”, come valore aggiunto per il business.

 

La piccola e media impresa italiana è probabilmente ancora molto lontana dal prendere in considerazione la sostenibilità come strategia di business. Che cosa si può fare per coinvolgerla secondo lei?

In realtà, la piccola impresa lo fa già senza saperlo. E’ semplicemente una mancanza di consapevolezza, per quanto riguarda il territorio bergamasco.

E’ un problema culturale. Abbiamo una forte tradizione legata al volontariato nato per soddisfare dei bisogni che dovrebbero essere coperti a livello di pubblica amministrazione, ma che, malgrado si paghino le tasse, non ci sono.

Bisogna allargare i propri saperi, per far capire che cosa significhi bilancio sociale perché se non c’è conoscenza, non c’è competenza.

Bisogna trasmettere conoscenza.

 

Ci sono aziende sul territorio bergamasco oltre al gruppo FECS che si stanno muovendo verso l’applicazione di modelli di business che riconducono alla circular economy?

FECS è un esempio concreto: parte dal rifiuto per rigenerarlo, producendo commodities, semilavorati, e, oggi le aziende del gruppo arrivano fino alla realizzazione di prodotti di design. Dobbiamo fare da traino.

L’Italia possiede un territorio che non offre materie prime, il costo energetico elevato perché non abbiamo petrolio, ma siamo stati in grado di sviluppare un’industria siderurgica unica e incredibile. L’Italia è un Paese bello: patria dei più grandi artisti del mondo e quindi quando produciamo qualcosa non lo facciamo brutto. Abbiamo sviluppato una genetica interiore grazie a ciò che non avevamo.

Altre aziende stanno cercando di recuperare il “rifiuto” e l’Unione Europea e i governi stanno cercando di diffondere questa cultura.

A volte ci si scontra con il sistema normativo, ci sono leggi che ostacolano il lavoro e le applicazioni sono differenti a seconda delle nazioni. L’Italia è più rigida perché c’è l’esigenza di maggiori controlli, perché c’è chi cerca sempre le scorciatoie.

Come Confindustria ad esempio stiamo organizzando un meeting su economia circolare: tratterà temi che vanno dal che cosa significa risparmiare a come applicare l’industria 4.0 e l’internet delle cose.

Faccio un esempio concreto per spiegarmi meglio sulle potenzialità delle nuove tecnologie: se metto un microchip sulla gomma di un camion sono in grado di verificare la sua usura e determinare l’esatto momento in cui la gomma va sostituita. Lo stesso per esempio vale per la stampa delle portiere delle auto. La parte di lamiera del finestrino, invece di scartarla, posso pensare di utilizzarla per altro.

Per arrivare a realizzare questi progetti c’è bisogno di confronto e di scambio e di norme giuridiche che rispondano alle esigenze. Oggi lo scarto viene considerato come semplice rifiuto e non è pensabile che possa avere un’altra vita. Quindi la conoscenza non è da portare solo al cittadino, ma anche al legislatore che deve rivedere le norme.

 

Come Confindustria Bergamo state facendo qualcosa per coinvolgere le imprese, soprattutto dopo la presentazione del manifesto per l’industria 4.0 da parte di Confindustria Nazionale lo scorso gennaio?

A Bergamo abbiamo attivato il Digital Innovation Hub, con sede al Parco Scientifico Tecnologico Kilometro Rosso, in collaborazione con lo stesso Kilometro Rosso e UBI Banca. Si tratta di una struttura aperta che potrà accogliere in un prossimo futuro anche altri attori del territorio, in primo luogo l’Università di Bergamo. Antenna territoriale del Digital Hub Lombardo, punta a rafforzare il livello di conoscenza e consapevolezza rispetto alle opportunità offerte dalla trasformazione digitale e a stimolare la domanda delle imprese, aiutando in particolare le PMI a orientarsi nella complessità del mercato e delle tecnologie.

 

Tassello fondamentale è anche la formazione in chiave Industria 4.0, indispensabile sia per inserire nuovo personale che per riqualificare quello già in azienda.”

Inoltre è previsto per ottobre prossimo un road show inerente l’economia circolare con la partecipazione congiunta di Bergamo e Brescia al fine di portare conoscenza trasversale ma sinergica a tutte le imprese.

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