Articolo scritto da Pierfrancesco Curzi il 03 aprile 2018 su Il fatto Quotidiano

L’hotel Radisson Blu oggi svolge a Tripoli la funzione che l’hotel Palestine aveva a Baghdad durante le campagne militari Usa in Iraq, dalla prima Guerra del Golfo nel ’91 alla resa dei conti del 2003. Uno dei pochissimi luoghi sicuri per gli internazionali, giornalisti e non. Eppure per alloggiare nel lussuoso albergo della capitale bisogna comunque fare i conti con due milizie, più o meno fedeli al leader politico di turno, Fayez al-Serraj, primo ministro del governo di accordo nazionale.

Una milizia è responsabile di un piano dell’albergo, l’altro gruppo militare si occupa di quelli superiori. In una terra sezionata come il tabellone di un gioco da tavolo, da circa due mesi si muovono le ong italiane della missione Aics, il colpo di coda del governo Gentiloni, del ministro Minniti e del responsabile degli esteri, Giro. La missione, partita in ritardo per questioni burocratiche, terminerà a giugno. Un contingente dedicato all’aiuto dei migranti reclusi nei centri di detenzione di Tajoura, Tarek al-Matar e Tarek al-Sika, nei pressi della capitale: circa 2.400 persone, al netto di nuovi ingressi e uscite, tra fughe e morti. Della spedizione fa parte anche la genovese Helpcode che si occupa della prima emergenza, nello specifico della distribuzione di prodotti per l’igiene e la salute.

 

 

La capo progetto, Valeria Fabbroni, è rientrata pochi giorni fa dalla Libia, dove tornerà tra meno di una settimana: “L’ultimo intervento, dopo non poche difficoltà, lo abbiamo fatto nel centro di Tajoura – afferma Fabbroni – gestito dalla brigata al-Bakr (la stessa che a febbraio ha attaccato l’aeroporto Mitiga, a Tripoli, ndr), dove siamo riusciti a consegnare i beni di prima necessità ai migranti detenuti nel centro più grande dell’area municipale di Tripoli. L’obiettivo è dare loro accesso alle strutture igienico sanitarie e kit per la prevenzione delle malattie. Dentro ci sono oltre 900 persone, in larga maggioranza uomini tra 29 e 45 anni, qualche donna e alcuni bambini. Durante il nostro intervento, ci siamo accorti di uomini costretti a portare le stesse mutande per sei mesi. I bagni non hanno porte per evitare che qualcuno possa togliersi la vita, c’è un odore pungente perché la cura personale non è prevista. Non ci sono docce, spazzolini per i denti, c’è promiscuità, le condizioni igieniche sono devastanti. Il rischio di epidemie è molto elevato”.

 

 

Dal racconto di Valeria Fabbroni emerge un altro aspetto legato a chi ha il compito di gestire ogni giorno i centri di detenzione,

“Possiamo continuare a chiamarli carcerieri – aggiunge la responsabile Helpcode per Libia e Tunisia – in realtà sono loro stessi vittime di una deriva inarrestabile. Si tratta di poliziotti disperati, costretti a tirare avanti con paghe da fame, mal formati e informati, totalmente inconsapevoli di ciò che accade nel resto del loro Paese. Chi se li immagina crudeli, arcigni pezzi di uno Stato, si sbaglia. Fanno ciò che possono, aiutano le persone, noi compresi, lasciandoci ampia libertà di dare conforto a chi si trova in quei centri. L’unica ‘mazzetta’ a noi richiesta è stata un pallone da calcio. Al contrario di quanto pensassi, noi delle organizzazioni umanitarie siamo ben visti e loro fanno di tutto per aiutarci”.

Articolo scritto da Pierfrancesco Curzi il 03 aprile 2018 su Il fatto Quotidiano

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